In principio fu Bersani: “Il partito democratico in Basilicata è un modello”. Poi venne lo studio di Leonardi et al. a sancire che: (a) la Basilicata è una regione ad elevato rendimento istituzionale; (b) negli ultimi vent’anni ha registrato un aumento impetuoso nel suo stock di capitale sociale; (c) il suo modello di sviluppo socio-economico, ormai auto propulsivo, è meritevole di esportazione.
Chiaramente, sono tempi duri per i critici dello stato dell’arte e, a prendere alla lettera questi proclami (Bersani) e questi esiti di ricerche, ci sarebbe da cadere in una seria crisi di identità. Fortunatamente, almeno qualche traccia dell’antico male del clientelismo lucano è stata ravvisata pure dagli illustri studiosi di Banca d’Italia e London School of Economics, visto che il 26% degli intervistati, nel corso dell’indagine sul campo, dichiara di ritenere che questa regione abbia una dose di rapporti clientelari superiore al resto d’Italia.
Per la verità, i risultati elettorali lucani, vicini e lontani, sembrano sostenere la tesi di un eccellente stato di salute del partito democratico. Potremmo forse dire, mutuando il gergo calcistico, che la squadra vince ma non convince. Tuttavia, mentre nella patria dei furbi e dei cinici conta solo il risultato, altrove capita pure che i tifosi del Real Madrid fischino sonoramente i propri giocatori quando vincono la partita senza dare spettacolo: non è certo per vedere tutto questo che abbiamo pagato il biglietto!
Devo dire, in tutta sincerità, che ho avuto un sobbalzo giovedì scorso, nel leggere alcuni passi dell’intervista rilasciata dal consigliere regionale Santochirico al Quotidiano. Infatti, lì si parla, tra le altre cose, del rischio che all’interno del PD si creino feudi a causa dell’asfissia della politica. Rischio di feudi? Ma, caro Enzo, de te fabula narratur! Come ben sai, sei stato identificato, senza ombra di dubbio, come uno dei grandi feudatari del partito democratico materano e, quindi, lucano. Per quanto sia visibile e apprezzabile lo sforzo di rilancio progettuale che hai messo in campo in questi ultimi mesi, la novità non può consistere nel riconoscere l’esistenza dei feudi, quanto piuttosto nello scioglierli. Il gruppo dirigente del partito democratico, ma forse l’intera classe politica regionale, è tutta dentro uno schema da “dilemma del prigioniero”, un tipo d’interazione strategica nel cui ambito è troppo miope la visione dell’interesse personale da parte dei giocatori e con un esito finale dannoso per la collettività. Altro che trust e civicness, tanto cari a Robert Putnam ed ai suoi allievi e che essi vedono ormai presenti in forma pervasiva nella comunità lucana. Di certo, non germogliano nella comunità politica del partito democratico. Ritengo che, se al giorno d’oggi, in Basilicata, uno vuol proprio fare politica all’interno di questo partito, deve innovare rompendo lo schema perdente (per la collettività) in atto e guardare ad orizzonti di lunghissimo periodo. In quest’ottica, mi pare chiaro, il prossimo rimpasto della giunta De Filippo è un problema abbastanza irrilevante.
Per tornare a Putnam, non è semplice riscontrare la presenza diffusa sul territorio lucano di fiducia reciproca e norme sociali condivise. Qui sto pensando anche alla piccola e grottesca, ma di certo emblematica, vicenda politica che ha marchiato le recenti elezioni amministrative di Pisticci. Senza alcun dubbio, un altro punto di minimo locale nelle vicende progressive, se non proprio magnifiche, del PD lucano. Sulla sottesa gestione morotea del partito regionale, che deve essere apparsa in sogno, o più verosimilmente in incubo, a Viti, meglio stendere un velo pietoso. Aggiungo che, pur comprendendo un certo entusiasmo da protagonismo dal basso espresso dagli attivisti della fazione vincente, temo che quello giocato a Pisticci sia solo un altro tempo della lunga partita, potremmo dire meno delicatamente del regolamento di conti, in corso di svolgimento tra i Signori del partito democratico di Basilicata.
In effetti, la instabilità, se non proprio la dissoluzione, che si è manifestata a Pisticci consente, a mio parere, di introdurre in modo più generale il tema della stabilità politica e della qualità dei gruppi dirigenti regionali. Anche su questi argomenti, importanti spunti vengono fuori dalla ricerca appena pubblicata sul modello Basilicata.
Una piccola divagazione. Nel 1989 alcuni giornalisti chiesero a Deng Xiaoping una sua valutazione sulla eredità storica della Rivoluzione Francese. La sorprendente risposta di Deng fu: è troppo presto per fornire una valutazione compiuta! Così, seguendo la logica di Deng, è possibile che anche a noi occorra più tempo, ed una maggiore distanza dagli eventi, per valutare compiutamente il modello Basilicata che si è sviluppato a partire dal secondo dopoguerra. Tuttavia, più in piccolo, un punto fisso dell’analisi di Leonardi e Nanetti è che un fattore cruciale sottostante all’elevato rendimento istituzionale in regione, derivi dalla stabilità politica e, più in generale, dalla continuità dei gruppi dirigenti. Ora, notando che lo studio è stato completato al principio del 2007, ci si può chiedere se il grande futuro non sia già dietro le spalle. Abbiamo citato il caso recente di Pisticci ma, in precedenza (o in contemporanea) avevamo seguito cadute ripetute e stalli successivi nella città di Matera. E stiamo parlando di due tra i più importanti comuni della Basilicata.
Guardando invece all’ente regionale, e seguendo gli autori, uno degli elementi della stabilità politica è identificato nella invarianza delle giunte e degli incarichi assessorili. Ai fini della capacità di gestire progetti di medio periodo, questa forma di stabilità è ritenuta essenziale, essendo scontata l’importanza della permanenza in carica del governatore. Per ironia della sorte, a ricerca London School chiusa, si sono avuti cambi ripetuti nella composizione della giunta regionale, fino a perdere il conto della numerazione dei diversi governi De Filippo. Inoltre, suppongo anche che nessuno sia disposto a scommettere sul fatto che questa giunta durerà 5 anni. In sostanza, era ed è impensabile che i dilemmi del prigioniero che affliggono il partito democratico lucano non avessero poi ricadute importanti sulla stabilità politica dei governi regionali, ai diversi livelli.
È invece assai meno convincente, almeno per me, l’idea dei ricercatori che anche la continuità politica di lungo periodo sia un fattore positivo per lo sviluppo. Beninteso, continuità associata a qualità delle classi dirigenti. Questa continuità è, in effetti, una caratteristica ben nota di questa regione ed essa non è stata minimamente scalfita neppure nel passaggio dal sistema tradizionale di governo doroteo-Colombiano, che comunque era pur sempre ben temperato dalla presenza di una discreta componente intellettuale, all’attuale modello neo-doroteo, in cui sono dominanti le componenti del partito democratico allevate all’alta scuola di studi politici fondata da Massimo D’Alema. Scuola che, nel bene e nel male, è la più degna erede della visione “La politica prima di tutto” che risale a Pietro Nenni e che fu fatta propria, non sempre con modalità entusiasmanti, da Bettino Craxi.
Non condivido la tesi della rilevanza della continuità di lungo periodo, perché dubito che ciò possa essere stimolatore d’innovazione al livello politico. In sostanza, ritengo superiore o, se si vuole, preferibile, la visione Schumpeteriana della competizione e della distruzione creatrice, anche nella sfera politica. Certo, è ovvio che la competizione richiede la presenza di buoni contendenti, se non altro per una mera funzione di stimolo. Del resto è ben noto che i dorotei, vecchi e nuovi, non si accomoderanno mai troppo facilmente alla porta. Allora, in chiusura di questo intervento, lancio anche un appello al centrodestra lucano affinchè si impegni a produrre qualche comunicato ed interrogazione urgentissima in meno, e provi invece a promuovere una maggiore iniziativa politica, così uscendo dal persistente letargo in cui è caduto. Non che io abbia particolare simpatia per questa parte politica, ma è pur vero che, almeno a lungo andare, è difficile reggere la lettura dei trionfali e surreali dispacci di vittoria elettorale diramati dal generale Speranza e dal colonnello Bellitti.
Antonio Ribba, docente di politica economica alla facoltà di economia “Marco Biagi”, Università di Modena e Reggio Emilia



“Due rettifiche relative al mio post. La frase sulla rivoluzione francese che ho attribuito a Deng, fu in realtà pronunciata da Zhou Enlai nel 1972. La seconda rettifica fa invece riferimento a recenti rivelazioni di un diplomatico americano, Freeman, il quale sostiene che la valutazione sulla rivoluzione, diventata famosa in occidente, era in realtà riferita ad un giudizio sugli eventi e le tensioni del 68. Eventi, appunto, troppo vicini per poter esprimere un giudizio compiuto. Sembrerebbe, quindi, più prudenza da parte dei cinesi che lungimiranza o opportuna distanza dagli eventi. Direi, quindi, che sulla base di queste nuove rivelazioni possiamo tranquillamente continuare a criticare i nostri gruppi dirigenti, sia per eventi vicini che lontani.”