Idee e Riflessioni (*)

Per un modello lucano di politica culturale tra ricerca e produzione

di Raffaello De Ruggieri

Per un modello lucano di politica culturale tra ricerca e produzione

Pubblichiamo un contributo di Raffaello De Ruggieri. Presidente di Zetema e fondatore del Circolo La Scaletta, già apparso sul Quotidiano della Basilicata, che offre elementi di riflessione e discussione utili ad animare un dibattito pubblico sulla cultura in Basilicata.

“Sono stanco di leggere con periodica cadenza le diagnosi sulla patologica condizione della cultura in Basilicata.
Nei pubblici confronti e nei numerosi saggi giornalistici, tra rituali lamentazioni e inerzie propositive, si indugia nel tracciare la radiografia non esaltante dello scenario culturale in cui vivono i lucani.
Si scavano i baratri delle denuncie e non si aprono gli orizzonti delle proposte.
L’elemento che più mi irrita è offerto dalla ricorrente indagine antropologica compiuta da illustri lucani che hanno scelto di vivere e di operare fuori della Basilicata. Ho la sensazione che questi affermati corregionali utilizzino la propria lucanità “all’estero” per trarne i benefici di una distinzione geografica portatrice di rigore morale, di serietà, di dignità e di qualità, ma quando volgono lo sguardo alla condizione della propria terra d’origine esprimono sentimenti devastanti, confessioni di consolidate negative certezze.
Chi di recente si è soffermato sul dato allarmante dell’ultimo posto assunto dalla Basilicata nella lettura di libri e giornali si è mai chiesto quale politica attuare per ridurre tale scompenso e si è mai chiesto se tale parametro non sia direttamente collegato alla emigrazione della gioventù istruita, per cui nel nostro territorio stagnano solo sacche di anziani, vittime inconsapevoli di un analfabetismo di ritorno? Si sono mai chiesti della necessità di un rilancio, anche con proprie iniziative, dei livelli culturali della società lucana, nella consapevolezza che la cultura rappresenta un fattore essenziale della crescita sociale, perché il livello culturale si è sempre rivelato il livello nevralgico delle trasformazioni sociali?
In questa rincorsa di denunce e di dure analisi non vi è traccia di una proposta terapeutica, di un disegno da inseguire, di una cura per vincere il denunciato torpore civile e culturale delle popolazioni lucane. A mio avviso un segnale di speranza e di costruzione di futuro dovrebbe proprio partire da chi, arricchito dalle frequentazioni esterne, potrebbe trasferire in Basilicata le azioni di fecondi progetti, potrebbe, cioè, esprimere un convinto apostolato culturale per dare alle popolazioni un senso di missione.
Queste considerazioni nascono proprio per la mia esperienza di militante della cultura, di chi ha vissuto sempre di concreta azione culturale, di chi è passato dalle intuizioni utopiche alla loro traduzione reale. Sono convinto che l’educazione di un popolo si compie attraverso gli esempi e i fatti tangibili, non già con l’astrazione capziosa delle tesi e delle parole.
Partendo da tali premesse e per sconfiggere la sterile ritualità delle anamnesi, l’assessorato per la Cultura delle Basilicata e il Circolo La Scaletta, con l’adesione del direttore responsabile de “Il Quotidiano”, dott. Paride Leporace, hanno promosso l’incontro materano di lunedì 27 giugno, ore 18,30, presso il Centro Levi di Palazzo Lanfranchi.
L’obiettivo è ambizioso perché, attraverso la lettura della storia e dello spirito dei luoghi, si vuole delineare un progetto per costruire il modello lucano della cultura tra ricerca e produzione.
Ritengo, dopo cinquant’anni di concreto lavoro, di poter trasferire in una provocazione propositiva la lunga militanza maturata nelle trincee culturali della mia terra lucana.
Sarà questo il binario su cui correrà la proposta, partendo dalla individuazione del ruolo che la Basilicata potrà svolgere non solo all’interno del Mezzogiorno d’Italia. Un ruolo e un modello che non potranno derivare dalla passiva emulazione di altre esperienze, ma che devono costruirsi nel rispetto delle emergenze e dei valori culturali del nostro territorio e della nostra società.
In questo senso, nell’epoca della economia delle conoscenza e della economia dell’esperienza, il territorio ritorna centrale nella creazione di vantaggi competitivi sostenibili nel tempo. Vantaggi competitivi che si traducono nell’offerta di centri di studio e di servizi di rango elevato e che contribuiscono a definire quel potere territoriale che dà esistenza ad un luogo, traducendosi la capacità trainante della cultura in polo di attrazione competitiva del territorio.
Archeologia, antropologia, ambiente, restauro, sono a mio avviso gli epicentri distintivi di ben delineati poli competitivi.
La Basilicata, forte della autorevolezza della scuola di Dinu Adamesteanu, della presenza della scuola di specializzazione in archeologia, di un nobile sistema di musei e di parchi, dovrà agire e operare come il qualificato polo internazionale di studio, di ricerca, di tutela, di formazione, di diffusione nel settore dell’archeologia.
Se è vero che la Basilicata è stato il luogo rappresentativo nel mondo della ricerca antropologica, occorre riversare tale riconoscimento nell’area dove questo settore culturale ha trovato e trova il suo naturale consolidamento ed il suo obbligato irraggiamento di studio, di ricerca, di scambio, di formazione, puntando a realizzare e a potenziare la rete delle testimonianze di tale autorevole scienza della cultura umana.
Anche l’ambiente non può essere ignorato, sia per esaltarne la compatibile e moderna fruizione, sia per tradurlo in una ricaduta produttiva legata alla green-economy. La presenza di due parchi nazionali e dei parchi regionali esprimono concretamente i valori ambientali della regione.
Uno specifico polo di ricerca applicata sarà dedicato al restauro del patrimonio culturale e alla conservazione dei centri urbani di antica e di recente formazione, anche in riferimento alle difese antisismiche. Questa scelta esalterà il riconoscimento nazionale della Basilicata come quarto polo nazionale del restauro e servirà a garantire la salvaguardia dei piccoli centri della Basilicata, destinati a esaltare i programmati approdi diffusi di un turismo indipendente ed anticonformista, nonché l’applicazione pratica di nuovi materiali e di nuove tecnologie per fronteggiare il degrado strutturale delle più recenti edificazioni.
Intorno a queste quattro opzioni, con la stabilizzazione di centri di studio e di ricerca, dovrà essere mobilitata l’intera Università della Basilicata, che troverà occasione di irrobustirsi e di riproporre il suo autorevole protagonismo scientifico a livello nazionale ed internazionale.
Non quindi festival della cultura, generici e occasionali, ma fecondi incubatori stabili di studio e di ricerca innestati fisiologicamente sui valori del nostro territorio.
Ma una regione che vuole crescere culturalmente non può essere il luogo della mera erogazione e del consumo. Bisogna recuperare il ruolo di una cultura che non si compra e che non si consuma, ma che si produce, si scambia, si diffonde e che si alimenta del territorio.
Di qui la necessità di installare e diffondere in Basilicata le “officine della cultura”, quali luoghi fecondi di produzione, di scambio e di diffusione.
Contrariamente a quanto ritenuto dagli illustri e scoraggiati analisti di cui ho parlato prima, esistono in Basilicata numerose, e a volte mortificate, energie che vivono la temperie della ispirazione e della creatività. Musica, teatro, cinema, danza, arti plastiche e figurative contano milizie di giovani e non giovani capillarmente diffuse sul territorio.
Per stabilizzare tale vivacità espressiva occorrono specifiche leggi di riconoscimento e di finanziamento, poiché non possiamo solo vantarci della dimensione muscolare del nostro territorio e del nostro patrimonio culturale ma dobbiamo anche essere capaci di governarla.
Purtroppo la Basilicata è priva di una aggiornata, coerente e moderna tessitura legislativa, essendo vigente la datata legge “omnibus” n. 22 del 1988.
Si impone, quindi, una nuova fase legislativa che, come statuito nel testo unico dei beni culturali, assicuri e sostenga questo strategico settore. Infatti oggi la cultura, insieme al lavoro e al capitale, è un fattore produttivo, perché entra nei meccanismi della costruzione del valore, aumenta lo spazio mentale delle persone, crea il circolo virtuoso della qualità. La cultura è educazione alla fatica del ragionamento, è stimolazione alla creatività intellettuale, contrasta l’arruolamento ideologico oggi rappresentato dalla massificazione.
Come non capire che non si può sperare di rendere innovativa una società nella quale la cultura, cioè la conoscenza, non faccia parte dell’atmosfera sociale, nella quale le idee e le informazioni non si respirano, non circolano, non hanno spinta, non trovano spazio?
Su tali presupposti, ritengo che vadano proposte distinte leggi di settore una sui beni culturali, una sull’associazionismo e sulla promozione culturale, una sullo spettacolo, una sul cinema.
Solo con tale articolata normativa le “officine” e gli imprenditori della cultura potranno costruire e diffondere la loro creatività, garantiti da certi flussi pluriennali di risorse.
Sono proposte di legge che sono già state in massima parte redatte e sono pronte per la loro verifica democratica e istituzionale e che trovano nell’istituto dell’accreditamento regionale e nel rispetto degli standard i filtri necessari ed oggettivi della stabilità e della qualità delle produzioni e dei servizi.
Dopo la esperienza dei PIOT, risulta ormai incoerente ed insufficiente l’utilizzo delle risorse destinate al turismo per finanziare la cultura. Si impone, quindi il dovere legislativo di garantire l’attuazione di un modello di sviluppo centrato sulla ricerca e sulla produzione, proprio perché la cultura è generatrice di sviluppo.
Quanto alle fonti dei finanziamenti esse sono in me ben presenti e delineate, ma sarà il confronto pubblico ad evidenziarle e a selezionarle, nella convinzione che se è vero che la cultura costa, è pur vero che la ignoranza costa molto di più.
La manifestazione del 27 giugno non sarà, dunque, destinata a denunciare povertà, disagi, frustrazioni, chiusure, pessimismi, sconfitte, ma – proprio per la presenza e l’apporto costruttivo dell’assessore regionale Rosa Mastrosimone e di quella del direttore di un quotidiano che da tempo affronta le problematiche del settore – dovrà divenire occasione di una concreta proposta operativa che, dando alla Basilicata un ruolo specifico nella offerta culturale, costruisca un inedito e vincente modello lucano.
Non sarà la formale approvazione di un manifesto di princìpi, bensì l’adesione ad un progetto condiviso, capace di rompere le sterili malinconie delle diagnosi per divenire partecipata azione politica, portatrice di concrete e vincenti soluzioni”.

Raffaello de Ruggieri – Presidente Fondazione Zétema, Matera

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