Idee e Riflessioni (*)

Cultura, Orgoglio italiano

di Italiafutura.it

Cultura, Orgoglio italiano

Un “successo di pubblico”, e speriamo anche di critica, tanto ampio è la migliore ricompensa per la scommessa che abbiamo voluto fare: dedicare una giornata all’orgoglio della cultura italiana. Perché la cultura non è il territorio esclusivo di pochi privilegiati, non è un luogo chiuso e polveroso, non è qualcosa di lontano dalla vita di tutti i giorni. La cultura è il pane quotidiano di tanta gente. Ma è allo stesso tempo il companatico di tutti. La stessa gente che cammina per le strade delle nostre città d’arte, che compra un libro, che va al cinema o che ascolta un concerto. Siamo noi che componiamo ogni giorno la tela della nostra cultura nazionale. E siamo noi che ci riconosciamo come italiani guardandoci in questo specchio.

La nostra cultura è dunque la nostra identità, e i mezzi attraverso i quali la cultura italiana vive e si diffonde sono un potentissimo strumento a servizio del nostro interesse nazionale nel mondo.
Lo sono dal punto di vista economico perché oltre ad essere fiorenti industrie danno forza ai tantissimi prodotti che prosperano grazie al marchio “made in Italy”. Viene proprio da qui il valore in più che ogni prodotto italiano, noto e meno noto, può legittimamente reclamare in un contesto internazionale molto competitivo. Viene dai manufatti, dalle idee e dalle opere che compongono il nostro patrimonio culturale.

Il legame tra industria e cultura è in Italia più forte che in qualunque altro paese del mondo.

Ma la cultura è molto più di questo. È ciò che in tutto il mondo ci viene riconosciuto come il tratto distintivo del nostro paese. Il nostro DNA. E trovo davvero allucinante che questa semplice verità venga spesso ignorata proprio in Italia.

Da questa giornata esce un quadro di grande vitalità dell’industria culturale italiana. Un settore che ha dimostrato di sapersi muovere con tempismo, aprendosi ad un mercato in continua crescita e riuscendo ad innovare la qualità e l’articolazione della propria offerta.

Eppure sembra che la discussione pubblica non si accorga di questa vitalità. Troppo spesso il mondo della cultura e l’industria culturale sono rappresentati come il regno del piagnisteo, dove non si farebbe altro che attendere la mano pietosa dello stato per produrre opere finanziate dai soldi pubblici. Prevale ancora una rappresentazione assistenzialistica che non corrisponde alla realtà. È questo uno dei tanti esempi di retorica negativa che speriamo, con questo evento, di contribuire a confutare.

Stiamo parlando di un mercato fiorente e in crescita, capace di sfidare anche la crisi economica. Nell’ultimo decennio le famiglie italiane hanno speso quasi il 25% in più in consumi culturali. Andando di più al cinema e a teatro, comprando più libri, frequentando mostre e musei. Siamo una nazione che continua ad avere fame di cultura. Milioni di italiani, ogni anno, consumano cultura e producono risorse per la sua tutela.

Ed è un triste dato di fatto che alla crescita del consumo di cultura si sia accompagnato un crollo verticale degli investimenti pubblici in questo settore, passati dai 7,5 miliardi di euro del 2005 ai 4,8 miliardi di euro del 2011(comprendendo gli investimenti di Stato, regioni ed enti locali). Così come non può passare sotto silenzio il fatto che con la legge 122 del 2010 siano stati posti limiti draconiani alle amministrazioni pubbliche proprio in campo culturale, con il taglio dell’80% della capacità di spesa rispetto all’anno precedente. Ci diranno che in tempi di crisi economica non si può tanto andare per il sottile. Ma basta un solo confronto a smentire questa convinzione, se ricordiamo ad esempio che la Germania ha volutamente escluso il settore della cultura dai tagli decisi dal Ministero delle Finanze.

L’investimento pubblico in cultura, così quello su scuola e università e ricerca, è un investimento sulle prospettive di crescita economica e civile della nazione. Tagliarlo con l’accetta vuol dire azzoppare il nostro futuro.

Certo non è solo con gli investimenti pubblici che si qualifica una buona politica culturale, ma soprattutto con la capacità della politica di pensare già oggi il quadro normativo che metta in grado domani l’industria culturale italiana di restare competitiva. Penso ad esempio alla necessità di aggiornare la legge Ronchey del 1993, che se da un lato ha introdotto la presenza di operatori privati all’interno dei musei statali con librerie, bookshops e servizi di ristorazione che prima erano del tutto assenti, dall’altro ha fallito nello sviluppare servizi di qualità e fatturato paragonabili a quelli di altri paesi. Pensate che tutti i bookshops, di tutti i musei statali italiani, fatturano appena quanto il Louvre.

L’innovazione tecnologica, anche in questo settore, può rappresentare un volano per nuovi investimenti. La digitalizzazione, ad esempio, allarga enormemente il mercato culturale e permette di moltiplicare il numero di persone che leggono, vanno al cinema o ascoltano musica. Per il cinema può significare un aumento del numero delle sale cinematografiche proprio attraverso la diffusione capillare degli schermi digitali. Di pari passo, naturalmente, occorre proteggere maggiormente il diritto d’autore con una più efficace lotta alla pirateria in rete in campo musicale e cinematografico.

Lo stesso dicasi del mercato editoriale, dove si può fare di più per agevolare la diffusione dei libri elettronici. È mai possibile che l’IVA sugli e-book sia di gran lunga superiore all’IVA agevolata che l’Italia applica, come gli altri paesi dell’Unione europea, sui libri tradizionali?

È del tutto evidente che questo differenziale costituisce una barriera molto seria alla diffusione di uno strumento di lettura sempre più importante. Sarebbe anzi opportuno, in generale, premiare fiscalmente l’innovazione tecnologica differenziando i prodotti dagli strumenti distributivi.

Le opportunità che scaturiscono dal nostro patrimonio culturale sono davvero infinite. Ad iniziare dal turismo culturale, che da solo rappresenta circa l’80% degli arrivi di turisti dagli Stati Uniti o dalla Spagna (e dove, sia ricordato per inciso, l’Italia è purtroppo scivolata dal quarto al sesto posto nelle classifiche internazionali).

In questo settore è ormai improcrastinabile una maggiore integrazione tra flussi turistici e valorizzazione dei beni culturali. Ad esempio incoraggiando le imprese concessionarie attraverso bandi autenticamente concorrenziali, senza alcuna ombra di controlli monopolistici.

L’obiettivo deve essere trasformare le imprese in protagonisti dell’innovazione dell’offerta turistico culturale che oggi non è assolutamente all’altezza delle nostre potenzialità, complice anche la debolezza, per non dire l’inesistenza, di collegamenti aerei diretti verso paesi come Cina e India.

In un paese come il nostro la conservazione del patrimonio artistico non può essere vissuta come un lusso dispendioso. Sarebbe una visione miope. Vogliamo riflettere per un secondo cosa possono voler dire la riqualificazione dei centri storici e il restauro dei monumenti per tantissimi mestieri ad altissimo valore aggiunto nonché per il miglioramento della qualità della vita nelle nostre città?

Dobbiamo favorire in tutti i modi i piccoli e i grandi mecenatismi ad esempio inserendo la possibilità di un 5 per mille dell’Irpef esplicitamente dedicato all’intervento culturale e paesaggistico. Anche in questo caso è davvero bizzarro che il contribuente oggi possa decidere di destinare il 5 per mille della propria fiscalità a settori come lo sport o il volontariato ma che non possa farlo per le organizzazioni che operano per la tutela del patrimonio culturale.

Il quadro che esce oggi da questo incontro è quello di un mondo articolato e complesso, dove le responsabilità del pubblico e quelle dei privati devono trovare un modo per lavorare insieme meglio. Razionalizzando dove necessario, ma operando con il laser piuttosto che con il machete. Non credo infatti che qualcuno possa sostenere di trovarsi davanti ad un settore parassitario, adagiato sui propri privilegi. Quando la politica ha trovato forme più moderne di incentivazione, penso in primo luogo al tax credit sul cinema, gli operatori privati hanno abbandonato senza nostalgia i vecchi sussidi a riprova del fatto che la cultura del mercato è oramai largamente diffusa. E’ un esempio che va replicato in altri settori.

Quelli che ho appena elencato sono solo alcuni suggerimenti, che trasmettiamo al ministro Galan, su come il mondo vitale dell’industria culturale italiana potrebbe essere messo in condizione di raggiungere risultati ancora migliori.

Abbiamo scelto il tema della cultura per contribuire ai festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità nazionale. Perché di orgoglio per la nostra cultura c’è bisogno soprattutto oggi, quando l’Italia è attraversata da una crisi gravissima. Una crisi che prima di essere economica e sociale è una crisi d’identità e di prospettive.

Che l’Italia sia in una condizione emergenziale è chiaro ormai alla maggioranza degli italiani e a tutti gli osservatori stranieri. Lo stato delle finanze pubbliche unito alla scarsa crescita possono rappresentare il detonatore, ma l’esplosivo che si e’ accumulato nella santabarbara è fatto di anomalie trascurate, di divisioni coltivate, di decisioni non prese.

Il catalogo delle piaghe italiane, che è noto e infinito, si articola su tre piani fondamentali. Il funzionamento dello Stato, la debolezza dell’assetto economico sociale – ovvero le differenze di reddito, di patrimonio, di genere, età -, il permanere di una guerra civile a bassa intensità che viene da lontano e che si nutre ancora oggi di contrapposizioni e paure antiche.

Il non riconoscimento di un percorso storico condiviso, e dunque di un’identità nazionale e di una cultura comuni, rende infatti impossibile il confronto sui fatti, sui dati reali, sulle proposte concrete, vanificando ogni ambizione di “normalita’” nella vita pubblica italiana.

Per conseguenza qualunque discussione assume la forma di uno scontro ideologico, morale, etico.

Parliamoci chiaro: l’Italia è oggi l’unico paese occidentale in cui, a destra e a sinistra, una parte consistente dei politici e dei cittadini ritiene ancora di dover salvare, e sottolineo salvare, il paese dallo schieramento avverso.

Io credo che l’obiettivo fondamentale di tutta la classe dirigente politica e non politica debba essere quello di contribuire a chiudere questa transizione infinita. E la responsabilità è principalmente nostra, della mia generazione.

Il Ministro Galan qualche giorno fa ha dichiarato che ci vorrebbero persone più giovani. Galan ha perfettamente ragione. Caro Ministro, la Terza Repubblica deve appartenere a chi ha trent’anni meno di noi.

Ma la chiusura, in maniera decorosa e definitiva, di questo scempio che è stato la seconda repubblica deve riguardare tutti coloro che, in gradi e misure diverse, hanno avuto responsabilità rilevanti dentro e fuori la politica.

Io mi sono proposto di farlo attraverso una fondazione di cui tanti giovani in gamba sono i veri animatori, un luogo nel quale posso mettere a servizio della società civile la mia visibilità e le mie risorse per intervenire con forza tramite proposte e idee nel dibattito pubblico. Spero in questo modo di poter contribuire a dare una voce ai tantissimi italiani che, stanchi di lamentarsi, vogliono poter partecipare in maniera attiva e costruttiva alla discussione pubblica.

Il problema fondamentale è quello di riavvicinare un’intera generazione alla politica e alla gestione della cosa pubblica. Perché pensare che solo dall’interno possano arrivare le risposte a questa crisi profonda del paese vuol dire non avere il senso della realtà. Nella situazione in cui versa il paese l’aiuto di tanti è necessario ma nessuno può o deve sentirsi indispensabile.

Le condizioni per chiudere senza ulteriori traumi la seconda repubblica esistono. Le tante emergenze concrete possono, per una volta, rendere manifesta l’impellenza di una pace duratura.

E accanto alle condizioni oggettive esistono anche convenienze soggettive. Una soluzione che parta dalla politica è l’unica in grado di salvare i protagonisti di questi ultimi vent’anni anni da una “resa dei conti” altrimenti inevitabile. Le leadership di destra e di sinistra potranno infatti ben difficilmente sperare di sopravvivere ad un crollo, non controllato, della seconda repubblica. Il rischio è che entrambe vengano spazzate via o rimangano prigioniere di tribuni e capipopolo.

Sarebbe un esito disastroso per il paese se la componente riformista dei due schieramenti lasciasse il campo ai populismi, per cavalcare ancora una volta paure o pretese di superiorità morale.

Ho salutato con favore la partecipazione massiccia al referendum. Segno di un desiderio dei cittadini di tornare protagonisti della vita civile. Ma non possiamo mobilitarci solo sui no. Perché il giorno dopo rimaniamo con il problema dell’energia che costa il 30% in più degli altri paesi e della rete idrica, mal gestita da tantissime municipalizzate che sono spesso discariche per il sottobosco politico.

Il rischio di una sbornia populistica distruttiva esiste, a destra e a sinistra. Ascoltiamo quotidianamente un dibattito fatto di ultimatum e boutade su temi fondamentali come la politica fiscale, gli assetti istituzionali, la politica internazionale. Così non possiamo andare avanti. Anche perché il contesto internazionale non ce lo permette.

In particolare la stabilità dei conti pubblici ha rappresentato l’unico argine che ha tenuto durante la seconda repubblica e non possiamo permettere che venga travolto. Gli impegni sul deficit assunti a livello europeo devono essere rispettati per intero e tempestivamente.

Quando si chiuderà questa esperienza di Governo e gli italiani torneranno al voto, sarà fondamentale che le persone più responsabili dei due schieramenti politici si sottraggano finalmente alla logica della contrapposizione che ha dominato in questi anni. È del tutto evidente che dobbiamo avere il coraggio di aprire una fase costituente, per riscrivere le regole della democrazia, ma soprattutto per chiudere l’infinita transizione italiana, partendo da un pieno e incondizionato riconoscimento tra i due schieramenti politici. Non è di gioiose macchine da guerra che abbiamo bisogno, ma di un patto fondativo tra persone e forze responsabili.

Se qualcuno si illude di poter mettere mano ai mille problemi dell’Italia senza avviare una collaborazione vera e ampia che superi i confini degli attuali schieramenti, pecca a mio avviso di superficialità e ingenuità. L’alternanza è un’ottima cosa in una situazione normale, quando c’è da governare un paese, non quando c’è l’urgenza di ricostruirlo dalle fondamenta.

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