Da stampa e rete

L’Italia si sta scoprendo diversa

di Carlo Carboni (Sole 24 Ore)

L’Italia si sta scoprendo diversa

Tre appaiono le novità più rilevanti nel rapporto tra classi dirigenti e società italiana. Con l’avvento dei “tecnici” è cambiato in modo repentino tutta la classe politica di governo. Con questa inversione di rotta, è riapparsa al timone la classe borghese, di cui molti intellettuali, tra i quali De Rita, lamentavano l’assenza come classe generale capace di guidare politicamente e culturalmente il paese. Infine, la società italiana pluralista e frammentata, ma da sempre culturalmente divisa tra cinica e civica, è ora sospinta a cambiare il tradizionale software culturale.
Le tracce di mutamento della cultura sociale sono indotte dalla persistenza di un quadro economico a dir poco critico, che gradualmente spinge a nuovi comportamenti adattivi, più virtuosi e selettivi, del cittadino consumatore e lavoratore. Sono anche impresse dai cambiamenti al timone del Paese, dall’esempio di determinazione della nuova leadership, se è vero che la società è specchio della sua classe dirigente. Con la fase uno – Salva-Italia – e l’avvio corposo della due – Cresci-Italia – le antenne sociali captano non più le false promesse che hanno congelato il Paese nella sospensione, ma che la leadership, che ora controlla la “stanza dei bottoni”, fa sul serio: alle dichiarazioni fa seguire azioni a esse coerenti, seppur improntate da una comprensibile prudenza e senso della misura; alla miopia sostituisce una visione strategica che cura l’emergenza con l’ottica di medio periodo dell’interesse nazionale. Nonostante la tassazione sia alta, la riforma del mercato del lavoro impervia e, da più parti, si attendano liberalizzazioni più efficaci su banche e assicurazioni (ma anche privatizzazioni), l’era berlusconiana e l’arrancare pessimista del Paese sembra ormai distante. Anche le polemiche sul funzionamento della protezione civile nell’Italia imbiancata e gelata sono tutt’altro da quelle sulla “cricca”, di meno di un anno fa.

Sembra trascorsa quasi un’era geologica. È stata restituita la speranza – forse la convinzione – che se tutti concorreranno alla ripresa economica, culturale e morale del Paese, l’Italia può farcela a tirarsi fuori dai guai e potrà tornare di diritto a essere protagonista di quel grande processo di riscossa e unificazione europea, di cui il vecchio Occidente ha bisogno. Questa speranza è ciò che alimenta il consenso sociale di cui gode Monti, nonostante egli abbia osato violare i poteri frantumati dal populismo e perforati dai corporativismi che ci hanno sin qui bloccato. Certo, il malcontento minoritario e scomposto di alcuni settori di varie corporazioni ci fa capire quanto sia ancora lunga la strada da percorrere per una metamorfosi sociale e quanto siano vulnerabili i diritti di cittadini e imprese a causa della “pancia cinica” del paese. Il vero braccio di ferro non è tra la constituency sociale di destra (gli “autonomi”) e quella supposta di sinistra (i “dipendenti”): ci sono piuttosto le tracce di un “tiro alla fune” tra cinismo e civismo, tra furbetti che si comportano come “topi sul formaggio” e quanti evocano il futuro dei nostri figli come interesse generale, che, ora, sembra favorire i secondi.

Un largo ceto medio, che si distende sul lavoro dipendente e non solo, è sempre più in bolletta e stanco dei privilegi delle varie caste e anche della corruzione, del riciclaggio di denaro “sporco”, dei paradisi fiscali, dei poteri anonimi e delle mafie che li veicolano, dei tumori che zavorrano il paese. Un esempio emblematico? La clamorosa fitta rete d’interventi su Internet, soprattutto di giovani, che, iniziata da giorni, spinge per una collaborazione civica alla segnalazione di casi e aree di evasione, uno dei nostri punti ciechi nazionali, in apparenza irrisolvibili per la loro natura sociale diffusa. Si stima che almeno un terzo delle mancate entrate derivi proprio dalla micro-evasione diffusa che scopre la “società complice”.
Del resto, anche quando la Guardia di finanza ha diffuso nei giorni scorsi i risultati della sua azione repressiva (7.500 evasori totali per 21 miliardi di reddito e 12mila persone denunciate per reati e frodi fiscali per circa 58 miliardi occultati, tra imponibile e Iva), nessuno è insorto, come accaduto in passato, per giustificare l’evasione come fosse un ammortizzatore sociale contro un sistema fiscale vessatorio. Certo, ognuno continua a guardare allo spessore del proprio portafoglio, alla propria sicurezza, ma nessuno più pensa di rischiare di sbattere contro uno scoglio a forza di inseguire scorciatoie individuali e un po’ codarde alla Schettino o schiacciarsi su corporativismi e campanilismi ridotti a istinti di pancia. E nessuno, nel suo piccolo, pensa di abbandonare la nave per alimentare una deriva pericolosa e peronista: l’Italia da dimenticare è la poltiglia sociale senza comando.

Nei giorni scorsi dalla Sicilia, poteri gattopardeschi, anonimi e mafiosi, hanno cercato di innescare un’insidiosa resistenza al cambiamento, sottovalutando che ormai il richiamo ai doveri civici proviene non solo dal Governo dei tecnici, ma da una maggioranza di cittadini, non più popolo bambino ma partecipe, che sta sacrificando parte dei propri interessi alla causa comune. Forse il vento non è ancora cambiato nel tessuto sociale. Forse le organizzazioni sociali intermedie dovrebbero impegnarsi maggiormente a ricomporre il puzzle di una società civile sbiadita, curando più la cultura della civicness piuttosto che facili egoismi. Ma molti indizi ci dicono che la società italiana può tornare a trasmettere in Europa speranza e non paura.

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