E’ stato presentato il Libro Bianco sulla salute dei bambini curato dalla Università Cattolica e dai pediatri Sip, società italiana di pediatria.
In Italia nel periodo 2003-2008 sia la mortalita’ infantile, sia quella neonatale sono notevolmente diminuite rispettivamente dell’8,7% e del 9,9%.
Ma nonostante il tasso di mortalita’ infantile nel nostro Paese sia in continua riduzione e’, pero’, ancora presente un evidente divario tra le regioni. Le differenze Nord-Sud nella mortalita’ infantile sono da addebitarsi a differenze nella mortalità neonatale.
La variabilita’ dei tassi di mortalita’ infantile regionali oscilla, nel triennio 2006-2008, da 1,60 casi per 1.000 della Provincia autonoma di Trento a 4,82 casi per 1.000 della Calabria.
Una costante riduzione della mortalita’ neonatale si evidenzia particolarmente nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno. Tale mortalita’ si riduce, infatti, piu’ della post-neonatale in tutte le regioni del Centro-Sud, a eccezione di Abruzzo e Sardegna.
Nelle regioni del Nord e’ soprattutto la mortalita’ post-neonatale a diminuire ulteriormente, a eccezione della Provincia Autonoma di Trento, della Valle d’Aosta e del Friuli Venezia Giulia che gia’ presentavano i migliori tassi a livello nazionale.
A livello territoriale, la percentuale maggiore di giovani under-18 anni (21,6%) si registra in Campania che, ormai da anni, detiene il record di regione “più giovane”. Valori elevati vengono riscontrati anche nella PA di Bolzano (21%), in Sicilia (20,2%) e in Puglia (19,6%). Al contrario, la Regione più “anziana” è la Liguria che presenta il dato più basso (14,6%) e che, da anni, risulta essere la regione “più vecchia”. Seguono il Friuli Venezia Giulia (15,7%), la Toscana (15,9%) e, a pari merito, il Piemonte e la Sardegna (16,1%).
La natalità è bassa nel nostro Paese, primato positivo alla Provincia Autonoma di Bolzano, meno nascite in Molise. L’evoluzione della natalità è rimasta, a livello nazionale, costante e pari al 9,5‰, cioè nascono 9,5 bebè ogni 1000 abitanti. Dal triennio 2002-2004 al biennio 2008-2009 la natalità è diminuita nelle regioni dove era più alta (PA di Bolzano, Campania, PA di Trento e Sicilia) e nelle regioni meridionali, a eccezione dell’Abruzzo che presenta un lieve incremento (+0,2 punti percentuali) e della Sardegna il cui valore è rimasto costante. Nel biennio 2008-2009 i valori più alti si registrano nella PA di Bolzano (10,7‰), nella PA di Trento (10,4‰) e, a pari merito, in Valle d’Aosta e Campania (10,3‰), mentre i valori più contenuti si riscontrano in Molise (7,6‰), Liguria (7,7‰) e Sardegna (8,1‰).
Nel triennio 2006-2008, primato positivo (1,6 casi per 1.000) per la PA di Trento e negativo (4,82 casi per 1.000) per la Calabria.
La mortalità infantile comprende la mortalità neonatale, relativa ai neonati deceduti entro le prime 4 settimane di vita, e la natalità post-neonatale, relativa ai bambini deceduti nel periodo compreso tra il 2° ed il 12° mese di vita. La riduzione dei tassi di mortalità infantile è uno dei fenomeni epidemiologici più rilevanti emersi negli ultimi 60 anni in Italia come in tutti i Paesi economicamente avanzati. È soprattutto la mortalità neonatale, maggiormente legata a fattori biologici e all’assistenza al parto, a essersi ridotta in modo importante negli ultimi anni. La mortalità post-neonatale, invece, più influenzata dalla qualità dell’ambiente di vita, presenta una riduzione più contenuta.
In Italia nel periodo 2003-2008 sia la mortalità infantile, sia quella neonatale sono notevolmente diminuite rispettivamente dell’8,7% e del 9,9%.
I tassi triennali di mortalità infantile, sia nella componente neonatale che post-neonatale, dal 1991-1993 al 2008 mostrano un andamento decrescente. Tale dato risulta ancora più eclatante se messo a confronto con quello riportato negli ultimi 40 anni dagli altri Paesi dell’area europea comparabili per condizioni socio-economiche e che pone l’Italia in una posizione di avanguardia.
Nonostante il tasso di mortalità infantile nel nostro Paese sia in continua riduzione è, però, ancora presente un evidente divario tra le regioni, con un forte svantaggio per quelle meridionali, anche se le differenze sembrano in costante riduzione. Le differenze Nord-Sud nella mortalità infantile sono da addebitarsi a differenze nella mortalità neonatale.
La variabilità dei tassi di mortalità infantile regionali oscilla, nel triennio 2006-2008, da 1,60 casi per 1.000 della PA di Trento a 4,82 casi per 1.000 della Calabria.
Una costante riduzione della mortalità neonatale si evidenzia particolarmente nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno. Tale mortalità si riduce, infatti, più della post-neonatale in tutte le regioni del Centro-Sud, a eccezione di Abruzzo e Sardegna.
Nelle regioni del Nord è soprattutto la mortalità post-neonatale a diminuire ulteriormente, a eccezione della PA di Trento, della Valle d’Aosta (che presenta, comunque, una scarsa significatività del dato legata al numero esiguo di eventi) e del Friuli Venezia Giulia che già presentavano i migliori tassi a livello nazionale.
Nonostante nei dati più recenti si continui a osservare una significativa e costante riduzione dei tassi di mortalità infantile in tutte le macroaeree esaminate (Nord, Centro e Mezzogiorno), permangono disparità geografiche Nord-Sud che, seppure in riduzione, rappresentano una delle più gravi disuguaglianze che persistono nel nostro Paese. Per meglio comprendere i determinanti di tali differenze è necessario condurre studi analitici su dati individuali e aggiornati.
Infine nel Libro Bianco si analizzano anche i futuri scenari da parte dei pediatri: “Fortunatamente oggi i bimbi italiani possono ancora fare affidamento su una fitta rete di pediatri territoriali (il numero di Pediatri di Libera Scelta a livello nazionale nel periodo 2001-2008 è aumentato del 6,3%, passando da 7.199 a 7.649); ma non è remoto il rischio che, già a partire dal 2015, i pediatri disponibili per l’assistenza primaria ai bimbi italiani diminuiranno in modo drastico in quanto una grande quota di questi andrà in pensione e, poiché l’accesso alle scuole di specializzazione prevede il numero chiuso, non sarà possibile assicurare il turn over. In altri termini, non ci sarà numero sufficiente di nuovi specialisti pediatri che possano sostituire quelli che andranno in pensione; infatti, nonostante la domanda per entrare nelle scuole di specializzazione di pediatria sia sempre molto alta, il numero dei posti è ridotto e negli anni passati (a eccezione del 2011) non si è fatta una programmazione attenta pensando al futuro e quindi a questa possibile evenienza. Stando ai risultati di una recente indagine della Società Italiana di Pediatria, la progressiva riduzione di pediatri, già in atto dal 2010, porterà dagli attuali 15 mila professionisti ai 12 mila nel 2020, che scenderanno a quota 8000 nel 2025″.
Libro Bianco sulla salute dei bambini
di regioni.it


