SANTOCHIRICO
Grazie, Presidente.
La parte del leone, in questo dibattito consiliare, finora l’ha fatta la questione del monitoraggio, che pure merita di essere affrontata e da cui peraltro prende le mosse lo stesso dibattito.
Ma è bene ad ampliare la nostra riflessione ed il fatto stesso che per la terza volta, in un arco temporale brevissimo, il Consiglio Regionale ritorni su questi temi, testimonia che anche in questa Aula si riflette, si avvertono il peso e l’importanza di una discussione e di un’inquietudine che attraversa l’opinione pubblica regionale.
E’ ormai aperto uno spazio pubblico di confronto che viene alimentato da apporti, denunce, osservazioni, riflessioni, nel quale – come accade sempre quando vi è una grande animosità, una grande partecipazione, una grande emotività – si accavallano e si sovrappongono dati di fatto, impressioni, sensazioni, forzature.
E gli accenti diversi che hanno animato il dibattito consiliare non mi meravigliano più di tanto riflettendo la polarizzazione fra chi tende ad esaltare ed isolare la gravità del singolo dato, magari estrapolandolo da una lettura più complessiva, e chi invece fa una considerazione più generale dell’ambiente, della situazione, e cerca di storicizzare e di contestualizzare per capire meglio.
Io credo che facciamo bene a tenere presente che vi è questa forte emotività nella società regionale (esasperata anche da rivelazioni sconcertanti), non per aderire acriticamente ad essa o alimentarla strumentalmente – prospettiva che a mio avviso sarebbe sbagliata e forse anche fallace per noi stessi, quale che sia la collocazione politica – ma perché tanto più lo terremo presente, tanto più potremo farci interpreti di una risposta che sia all’altezza dell’aspettativa e del tema che indubbiamente c’è.
Per farlo, però, ed è un invito che rivolgo a tutti i colleghi Consiglieri, faremmo bene a considerare che quello che accade in Basilicata non succede solo in Basilicata, non perché “aver compagno al duol scema la pena”, ma perché la Basilicata vive oggi, forse con qualche anno o decennio di ritardo, ciò che è avvenuto in altre regioni, in altre parti del mondo e che accade quando processi di trasformazione presentano gli aspetti più problematici o addirittura negativi, quasi sempre inattesi, al contrario dei benefici e vantaggi, ampiamente annunciati ma non sempre giunti.
Più in generale, ma senza voler affrontare qui il tema, si intrecciano tre questioni fondamentali, che sono l’ambiente, la democrazia e l’economia, spesso inscindibilmente collegate fra loro e alla ricerca di un punto di equilibrio mai dato una volta per sempre, ma molto legato ai rapporti di forza, alla dotazione di competenze, ai valori che si manifestano nel tempo.
Su questo intreccio si dovrà più ampiamente ritornare a riflettere.
Ora io credo che abbiamo dovuto affrontare alcune sfide in Basilicata negli ultimi tempi, forse negli ultimi quindici-venti anni, che sono un mix di passato e presente, per lo più eterodiretto o indotto.
Innanzitutto, c’è un pesante lascito del passato di cui non avevamo nemmeno piena consapevolezza. Se per un attimo solo volgiamo lo sguardo ai punti di criticità maggiori,che contraddistinguono la regione cogliamo che sono eredità trasmesseci dal passato. Val Basento e Tito, per fare due esempi, sono per lo più residui di scelte che non abbiamo compiuto a livello regionale, scelte di politiche nazionali che in epoca lontano diedero alcuni risultati, ma di cui oggi siamo chiamati (soltanto) a patire e sopportare i costi ( oltre a i danni ambientali, caratterizzazione, messa in sicurezza, bonifica, costi aggiuntivi per chi vuole investire).
Ed anche la scelta dei petrolio, se volessimo inquadrarla fino in fondo, è una scelta che non deriva da un’opzione di carattere regionale, ma sappiamo bene che nasce a livello nazionale (del resto, la competenza è tuttora in capo allo Stato) e che la Regione subisce (anche se con una coda negoziale).
E in fondo, non si potrebbe dire la stesa cosa per la FIAT SATA di Melfi e per la Fenice che vi è collegata per molti aspetti ( senza minimamente mettere il velo sulle responsabilità emerse recentemente)?
Probabilmente tutte le decisioni e questioni richiamate avrebbero richiesto un accompagnamento, non solo in termini economici, come in parte è solo in parte è avvenuto, ma anche in termini di corredo di competenze, di cautele, di procedimenti, che avrebbero dovuto regolarne e controllarne l’impatto e gli effetti.
Ed invece, per larga parte questa responsabilità è caduta sul livello regionale, che ne costituisce il naturale terminale, e la Basilicata, messa di fronte a queste profonde trasformazioni o all’emersione degli effetti di quelle in passato avvenute, con molta lentezza, spesso con errori, a volte con qualche approssimazione, ha dovuto allestire, ha dovuto preparare, ha dovuto predisporre dei mezzi, strumenti, procedure, che la tutelassero in qualche modo, a volte anche in una sede negoziale (com’è avvenuto nel caso degli accordi ENI e Total).
Se omettessimo questa storicizzazione (e noi sappiamo – comunque è mia convinzione – che la storicizzazione non equivale ad assoluzione dalle responsabilità che gravano su di noi ieri ed oggi), se non tenessimo presente questo pregresso e questo contesto, correremmo il rischio di falsare la prospettiva.
Se volessimo fare difese di ufficio per rispondere specularmente ad accuse di ordinanza, fermandoci in superficie, visto che viene tirato ripetutamente in ballo l’ISPRA, potremmo suggerire di andare a leggere i dati ISPRA sulla Basilicata nel rapporti annuali che redige e si troverebbero dati che, rispetto al panorama complessivo sulla qualità dell’aria o delle acque, per fare qualche esempio, non collocano certamente la regione in una posizione da fanalino di coda. Ma ovviamente, siccome noi avvertiamo sulla nostra pelle le contraddizione e i problemi che la realtà che noi viviamo presenta, e siamo consapevoli che, proprio per la relativa età e intensità dei processi di industrializzazione e forse anche per l’insufficiente ricaduta sociale, la soglia di percezione del rischio è qui molto più alta che altrove, dove probabilmente vi è maggiore assuefazione o rassegnazione, non possiamo né dobbiamo accontentarci di quella classificazione, ma intervenire nel vivo di una difficile e complessa questione ambientale, qual è quella che c’è o comunque si avverte in Basilicata.
Nel tempo, si sono dovute predisporre misure e procedure che in qualche modo monitorassero una nuova generazione di rischi ambientali (non più quelli classici, idrogeologici per esempio)
Lo si è fatto con completezza, lo si è fatto in maniera soddisfacente?
Alcune cose siano state fatte ed altre no.
Segnalo un paradosso o comunque una contraddizione della discussione in corso.
Da un canto si dice: “Non abbiamo una situazione di monitoraggio nella nostra Regione”; dall’altro si eccepisce: “Ci sono i dati, ma non sono attendibili”.
Esemplare il caso del monitoraggio dell’Agrobios, in particolare per quanto riguarda la Val d’Agri.
Dobbiamo metterci d’accordo su questo, perché un’attività di monitoraggio, su alcune fonti di rischio in particolare, c’è ed è abbastanza consolidata. Non sarà forse sufficiente rispetto al grado di attesa, a quello che ci aspettiamo anche per aver voluto e dichiarato che questa regione puntasse molto sull’ambiente ( e potrei ricordare il dato del 33% di superfici protette della nostra regione sia per scelte nazionali, che non abbiamo avversato ma addirittura sostenuto anche in un contrasto con alcune comunità e con alcune parti del territorio, v. Pollino e Parco dell’Appennino Val D’Agri, ma anche per scelte regionali che abbiamo fatto noi estendendo questo tipo di aree).
Abbiamo cercato di difendere un patrimonio che tutti abbiamo ritenuto di valorizzare e l’abbiamo fatto con approssimazioni successive, mettendo in campo istituti, ricerche, monitoraggi che tuttavia, e questo è il punto critico di oggi, non riscuotono fiducia e credibilità soprattutto per alcuni recenti gravi accadimenti.
Sono emersi punti deboli, lacune, distorsioni, che inducono a riflettere e ad aprire una nuova pagina.
Molte cose le ha dette Pittella, anche per un dibattito che c’è stato nel gruppo PD, e io non le ripeterò.
Il nodo centrale di oggi è quello della completezza del monitoraggio, dell’attendibilità, conoscibilità, consultabilità e della verifica dei risultati
E questo nodo dobbiamo sciogliere.
Siamo in presenza, in questo momento, di una crisi di credibilità del nostro apparato di controllo in materia ambientale. Questo è un punto delicatissimo, rispetto al quale c’è l’esigenza di una risposta immediata che bisogna dare e di una risposta più di lungo periodo che bisogna ricostruire.
Cominciamo dalla risposta più immediata.
Noi abbiamo avuto un vulnus enorme che è quello della Fenice, è inutile nasconderlo o far finta di niente, e questo ha messo in discussione non solo l’attività di vigilanza relativa alla Fenice, ma anche quello che si fa nel resto della regione. Se la Fenice è il vulnus, di li deve partire la terapia per sanarlo.
Eviterei di indugiare nell’esame di quello che è stato, magari con un gran giurì, come accennava Pittella, perché correremmo il rischio di replicare la missione della Commissione di indagine.
Mi chiedo se non sia possibile seguire un’altra strada.
Dal 2009 in poi, da quando c’è stata un’attività di discovery su Fenice, perché in quel momento – ricorderà il collega Navazio che era Sindaco del Comune di Melfi – abbiamo spalancato porte e finestre (addirittura la Regione affidò al Comune il compito di condurre il procedimento ex D .Lgs. 152 , proprio perché fosse più vicino possibile al territorio il punto di tenuta su questa vicenda, da allora in poi abbiamo avuto una serie di dati, di rilievi, di ricerche, di monitoraggi che sono stati attivati e espletati.
Non parlo del periodo antecedente al 2009, ma di quelli dal 2009 in poi. Bene, sono attendibili sì o no? Se abbiamo qualche dubbio, e vedo che c’è chi ne solleva, io credo che faremmo bene, lo dico all’Assessore all’Ambiente, a chiedere al’ISPRA che validi metodiche e procedimenti seguiti e, quindi, i risultati ottenuti, dando loro certezza e attendibilità.
Stessa operazione si chieda all’ISPRA su quello che oggi fa l’ARPAB, non solo a Fenice ma nei luoghi e nei casi di maggiore esposizione a rischi ambientali.
Io sono d’accordo con chi ha già detto: guai ad immaginare una sorta di mobbing dellto dell’ARPAB, sostituendola con altri organismi o competenze.
Delegittimeremmo la struttura nella sua interezza, la smobliteremmo (rendendone ardua la ricostituzione), mortificando anche quelli che hanno fatto e fanno il loro lavoro (anche da quello che emerso dal mondo degli ascolti, è comprovato che c’è gente che lavora, che lavora seriamente, che ha competenze, ecc.)
Ed il fatto che, come qualcuno ricordava, l’ISPRA abbia trovato buoni laboratori e attrezzature presso l’Arpab dimostra che in passato è stata fatta la scelta di investire sul potenziamento del controllo ambientale. Poi, è ovvio che vanno utilizzati bene quei laboratori e quegli strumenti di cui abbiamo dotato l’Agenzia.
E proprio per aumentare ulteriormente le capacità tecniche ed operative di controllo quando, nel 2008, ridando impulso ad una previsione dell’accordo con l’ENI del 1998 (con ritardo certo, perché non dirlo?), abbiamo riattivato quel complesso monitoraggio che dovrebbe entrare in funzione dall’anno prossimo in Val D’Agri, abbiamo previsto che l’insieme delle apparecchiature e delle attività, dopo essere state installate, avviate e sperimentate per 18 mesi, dovranno confluire nell’ARPAB, presso cui già devono essere collocate.
Ed allora, io dico, quello che dobbiamo fare è dare certezze, assicurare che gli strumenti ordinari di cui dispone la regione siano all’altezza di questa situazione, e se per raggiungere questo risultato, c’è bisogno di una validazione, facciamola fare all’I.S.P.R.,A, al di là del procedimento, che pare il Dipartimento abbia avviato, per la certificazione.
Poiché occorre dare un segnale concreto oggi, io credo che sia una scelta che possiamo e dobbiamo compiere qui ed oggi.
Questa è la prima risposta immediata cui innanzi accennavo.
In secondo luogo, credo che vada resa ancora più chiara e manifesta, Assessore, la rete del monitoraggio che opera attualmente.
Noi pensammo qualche tempo fa, commissionando uno studio all’l’Università della Basilicata, ch credo sia stato completato e consegnato al Dipartimento, per creare una rete unitaria dei dati ambientali, unitaria e non unica perché sono diverse le fonti e i soggetti che fanno i rilievi ambientali su questo territorio.
Incidentalmente, vorrei ricordare che al Centro Trisaia di Rotondella, su cui pure spesso si sollevano molti dubbi, è l’I.S.P.R.A. che esegue il controllo ambientale all’interno del centro; mentre noi abbiamo creato una rete per lo studio di matrici all’esterno, perché all’interno non possiamo entrare proprio essendoci appunto già l’I.S.P.R.A. nazionale che fa i controlli e gli accertamenti. Lo sottolineo perché tutti possano avere contezza di cosa avviene nel nostro territorio.
Noi commissionammo all’Università di Basilicata un progetto per una rete unitaria in cui confluissero tutti quanti i dati relativi alla qualità dell’ambiente e si creassero le condizioni perché essi fossero anche consultabili e percepibili da tutti, dopo averli resi omologhi fra di loro, visto che ci possono essere anche lì differenze quanto a metodiche, tempi di rilievo, ecc.
Io credo che questo è un progetto che bisogna recuperare per la piena conoscibilità, accompagnato da un processo di diffusione della conoscenza, attraverso punti pubblici che consentano di consultare questi dati, e credo, Assessore, che forse già oggi noi potremmo fare un primo passo creando una piattaforma, una banca dati unica da pubblicare sul sito regionale di tutti i dati che noi abbiamo, quelli che rileviamo e quelli che riceviamo o che comunque possiamo acquisire, perché già questo sarebbe un segnale netto di apertura, di trasparenza, di assunzione di responsabilità.
Siccome abbiamo la consapevolezza che nessuno vuole o deve nascondere niente, e io penso che sia così, credo che dobbiamo fare questo primo passo.
Quindi validazione di quello che si fa ora, rete unitaria, anticipazione della banca dati ambientali sul sito regionale.
Ma anche indicazione e sostegno a buone pratiche.
Perché non ricordare il caso dell’Italcementi di Matera, dove si è costruito un percorso virtuoso con la partecipazione delle associazioni (pur attraversate da una dialettica nella quale non voglio entrare), degli enti locali, dell’Arpab e con un coinvolgimento economico dell’impresa (bisogna stare attenti a dire, come fa il collega Vita, che non vogliamo più dalle imprese i soldi per il monitoraggio; altro, invece, è sostenere che dobbiamo avere noi la gestione autonoma di queste risorse che ci vengono date, e lì infatti viene finanziato dall’impresa un sistema di controllo in mano pubblica).
Sull’osservatorio ambientale sarà forse necessario qualche approfondimento perché temo che lo si sovraccarichi di troppi compiti, ma, poiché senz’altro deve elaborare proposte che tendano al miglioramento della qualità ambientale, al rafforzamento dei processi e delle misure di sostenibilità, penso possa farsi carico di istruire una condivisibile istanza che proviene dal movimento ambientalista, che è quella di introdurre anche soglie più rigorose di quelle previste a livello nazionale. E’ una cosa che può essere fatta e che va accelerata, Assessore.
Queste proposte vanno tutte nella direzione di offrire risposte tempestive, ma anche efficaci, alla domanda di garanzia sulle attività di controllo sulla qualità dl’ambiente, riestituire credibilità al nostro sistema di controllo ambientale, ridare fiducia alla società regionale.
Ma bisogna anche superare la contingenza e guardare più in avanti.
La Regione, come e ancor più di ogni altro Ente territoriale, deve saper leggere il proprio territorio, registrarne le criticità, coglierne le potenzialità, tracciare le linee delle sue politiche e rendere funzionali ad esse l’insieme delle attività amministrative, siano esse di tutela o di inibizione o di promozione. E per fare questo ha a disposizione un solo strumento: quello della pianificazione e programmazione.
E quando, purtroppo, nel dibattito culturale e politico nazionale si è immaginato che si potesse fare a meno della programmazione e della pianificazione, si sono prodotti grandi guasti dal punto di vista culturale ed ambientale.
E a noi si impone oggi la riedizione di una rinnovata stagione pianificatoria e programmatoria
Nella scorsa legislatura approvammo – anche in questo caso lo ricordo a chi ha poca memoria – il Piano di tutela delle acque, e quando si approva un siffatto Piano si stabiliscono i limiti, le soglie, le compatibilità, i controlli che bisogna fare, ecc.
Non riuscimmo ad approvare nella legislatura precedente il Piano di tutela dell’aria, perché era molto complesso, avevamo una consulenza che non riusciva a fornire i necessari adeguamenti.
Ora apprezzo l’annuncio di un Piano di tutela dell’aria della Val d’Agri; ma ritengo necessario che si faccia lo sforzo per estenderlo a tutta la Basilicata, atteso che le potenziali fonti di rischio sono diverse e distribuite geograficamente, e quindi, sulla base di tale attività pianificatoria, anticipare e introdurre dei limiti, delle soglie che vadano incontro a quell’obiettivo, da noi ambito, di maggiore tutela ambientale ed anche di maggiori garanzie per i cittadini.
Noi pensammo di fare un Piano strutturale paesaggistico, che riprendeva una previsione, fondamentale ma inadempiuta, della L.23/99 (quella che abbracciava la nozione di “governo del territorio”) e che però fosse una rilettura in termini nuovi del territorio e del paesaggio perché grandi e profondi sono stati i cambiamenti.
Come si fa a dire se in un’area, in una parte del territorio regionale, si può fare o no un intervento, introdurre una modificazione sensibile, destinarla a un determinato utilizzo, ecc.?
Limiti e vincoli, incentivi e opportunità non possono che essere espressi da strumenti di pianificazione e programmazione, in cui si evidenziano quelli che sono i valori di un territorio che si vuole tutelare, sottoposti al vaglio di un “ragionamento pubblico”, ad una “ragione collettiva”. Perciò io ritengo che lo strumento della pianificazione e della programmazione vada recuperato e rilanciato.
La partecipazione dei cittadini, associati e non, in materia ambientale è un altro snodo decisivo.
E’ uno dei punti che affronteremo anche nello Statuto, ne abbiamo cominciato a discutere. Lì ho richiamato l’Istituto dell’ “istruttoria pubblica” che c’è in Emilia Romagna, ma è solo uno spunto.
Su grandi scelte ambientali – e fra esse rientrano senz’altro le questioni che attengono il petrolio – i cittadini devono poter dire la loro parola. Sulle questioni che sono di grande impatto ambientale i cittadini devono poter esprimere la loro opinione; ovviamente devono poterlo fare in maniera consapevole, avendo a disposizione i dati (e non solo le suggestioni, che pure contano), venendo messi in condizioni di conoscere i rischi, gli effetti, le possibilità, l’insieme degli elementi che ne possano fare gli arbitri de loro futuro.
Ecco perché reputo indispensabile recuperare l’idea del “Tavolo di Garanzia”, pensato come spazio istituzionale sulle questioni ambientali connesse alle attività estrattive, sulla falsariga del tavolo della trasparenza in materia radioattiva, già istituito nel 2009, ma mai concretamente avviato.
Un ultimo punto merita di essere affrontato e concerne il rapporto fra politica e sistema amministrativo regionale (enti, agenzie, organismi operativi, ecc.)
Rileva qui per le vicende che hanno coinvolto l’A.R.P.A.B. oggi, ma ha una portata di carattere generale e che – lo dico senza polemizzare con i colleghi del centrodestra – non può essere ridotto a mera propaganda contro il “sistema”, salvo a reinterpretarlo come una bestia onnivora che tutti e tutto divora e che, quindi, nessuno perdona e salva.
E’ questione molto complessa e intricata, che va affrontata con estremo rigore e puntualità per evitare moralismi, appelli generici alla buona politica, esortazioni e prediche che lasciano poi tutto immutato, riproducendo distorsioni, ambiguità, connubi impropri che nuocono tanto alla politica quanto all’amministrazione, ma soprattutto alla società e ai cittadini.
Estrapolandola da tale contesto più ampio e impegnativo, per non sfuggire ad una concreta e preoccupante complicazione resa manifesta dalle vicende narrate dalla stampa, anticipo qui la mia opinione, in via di prima approssimazione e pronto a riconsiderarla in un confronto di merito, che sul punto ho già manifestato e ripeto: ci sono Enti o soggetti pubblici in cui il profilo di raccordo o di programmazione o di indirizzo, che lascia ampio spazio alla discrezionalità e alla ponderazione degli interessi, può anche richiedere o far ritenere compatibile una responsabilità che sa affidata a chi ha una formazione politico-amministrativa. In altre occasioni, ho adotto ad esempio le Autorità d’Ambito, in cui è importate la capacità di avere rapporti con i Sindaci, contemperare istanze dei territori, valutare esigenze delle categorie sociali, ecc.
Diversa, invece, è l’impostazione che bisogna seguire per organismi in cui è nettamente prevalente, quando non assorbente, il profilo esecutivo-operativo o tecnico-disciplinare.
Tali organismi, fra cui annovero le agenzie tecniche, devono essere affidate a tecnici, ad esperti, quale che sia il loro orientamento politico, e ci deve essere un sistema chiaro, coerente ed efficace di relazione con gli organi politici istituzionali.
Ricordo en passant che nel 2006 allentammo i vincoli di controllo del Dipartimento Ambiente sull’Arpab. Con questo non voglio dire che quello che è accaduto non sarebbe successo senza queste modifiche, ma voglio evidenziare un tema che ci dovrà necessariamente occupare.
Da un canto, i più concordano che queste Agenzie devono avere una responsabilità di carattere squisitamente tecnico, dall’altro, però, si esige che ci sia una responsabilità politica, e queste due opzioni bisogna metterle bene in asse tra di loro, perché se la politica non avrà a disposizione i mezzi, i modi per conoscere veramente quello che succede o quello che non succede, quello che accade o non accade, quello che si fa o non si fa, è politicamente ed oggettivamente responsabile di eventuali errori, inefficienze o inadempienze senza tuttavia avere gi strumenti per sapere e intervenire.
Dall’altra parte, però, bisogna garantire che vi sia l’autonomia dal punto di vista della gestione tecnica.
Anche esaminando questo delicato tema istituzionale, che ha implicazioni più ampie, si conferma che non si può vivere d’emergenza o affidare la soluzione a interventi o poteri taumaturgici. Va invece recuperata una filosofia, un modo di pensare profondamente riformatore, propria di chi costruisce progressivamente progetti, modelli, soluzioni, sottoponendoli poi a verifica, perché non ci sono momenti o atti magici che risolvono immediatamente e definitivamente i problemi.
A qualcuno è sembrato strano che il 13 ottobre scorso, mentre infuriava la bufera giudiziaria sull’ di A.R.P.A.B., ecc., io abbia pubblicato un articolo sull’elogio del buon governo del territorio, pendendo spunto dal riferimento al recupero urbano a Matera fatto dall’ex governatore della Banca d’Italia, Draghi, in un discorso sul 150°.
Ho colto quell’occasione per dire che il recupero urbano a Matera di un certo tipo è stato reso possibile perché è stata fatta una legge nel 1986, perché negli anni successivi sono stati redatti e discussi piani pluriennali, perché sono stati elaborati e sottoposti a confronto manuali per recuperare. Se non si fosse seguito questo lungo e difficile processo, che è partito nel 1986 (invero, già prima con un ampio e controverso dibattito culturale), non avremmo avuto quella prestigiosa menzione nel 2011, cioè 25 anni dopo. E’ chiaro quanto ci è voluto perché ci meritassimo un encomio? Ma se non si fosse svolta quella lunga, laboriosa e complessa attività e si fosse immaginato di poter avere un riconoscimento di questo genere all’improvviso, non avremmo conseguito tale risultato.
Per dire che quella di oggi è una tappa importante di un percorso più lungo, che dovremo ritornare a discutere di questi temi e dobbiamo chiedere al governo regionale, sulla base anche del dibattito che è avvenuto oggi, che ci sia quello che Pittella ha chiamato progetto, e che io definirei meglio “programma generale di azione di tutela ambientale” , che non è uno strumento che sostituisce gli altri, ma rappresenta un insieme, fa una sintesi, una ricognizione, una summa delle azioni che sono in corso, dei metodi che si seguono e anche, questo è un altro punto della politica regionale che dobbiamo mettere a fuoco, la possibilità di controllare e verificare a data certa quali sono i risultati e gli effetti delle azioni che si mettono in campo.
Se faremo questo io credo che, centrosinistra o centrodestra, ognuno con le sue responsabilità, potremo contribuire a nutrire un dibattito più rigoroso che ci faccia uscire da una secca contrapposizione fra catastrofisti e “tuttiappostisti” o ottimisti della volontà, ma ci consegni la responsabilità, ripeto, nei ruoli che abbiamo, di fare tesoro delle esperienze anche drammatiche che abbiamo alle spalle, di cercare di costruire un percorso ed un futuro che siano migliori di quelli che abbiamo avuto.
PRESIDENTE (FOLINO)
Grazie al consigliere Santochirico. Prego, consigliere Mollica.


