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Il
fallimento del maldestro tentativo di allarmare gli abitanti della
Basilicata sostenendo che l'acqua destinata ad uso potabile fosse
inquinata, se non addirittura avvelenata, sta producendo improbabili
prese di posizione che, per la loro evidente contradditorietà, non
giovano alla credibilità di chi le mette in giro.
Prima,
infatti, si è sostenuto che l'inquinamento fosse stato appurato dai
dati ufficiali dell'Arpab; adesso che i fatti hanno smentito questa
possibilità, viene detto, al contrario, che di analisi ne servono
altre.
Pur
trattandosi di un argomento sul quale non possono essere concesse nè
leggerezze e improvvisazioni, nè strumentalizzazioni, il consigliere
Napoli non esita ad alimentare la confusione.
A
fronte dell'univoca, chiara e netta presa di posizione di tutti i
soggetti istituzionalmente preposti a garantire la qualità
dell'acqua, Napoli vorrebbe ora che l'acqua degli invasi non fosse
nemmeno potabilizzata (così come invece è normale che avvenga)
prima di arrivare ai rubinetti di casa.
Personalmente,
al contrario del consigliere Napoli e di quanti hanno inventato il
caso, sono convinto che la strada della chiarezza e della
responsabilità sia sempre quella giusta e che i comportamenti
debbano essere conseguenti. Così, al diffondersi della notizia ho
ritenuto di fare tutto quanto fosse in mio dovere, convocando i
direttori generali dell'Arpab e di Acquedotto Lucano, e inviando alla
Procura della Repubblica tutta la documentazione relativa all'analisi
delle acque degli invasi lucani e a quelli che hanno generato il
presunto caso. Sarà la Procura, eventualmente, ad adottare i
provvedimenti di competenza.
Inoltre,
per dissipare ogni ulteriore dubbio circa la qualità e la salubrità
delle acque lucane,trattandosi
di un bene che entra quotidianamente nelle case dei cittadini, ai
quali bisogna garantire la massima trasparenza, ho ritenuto
eccezionalmente di chiedere ai professori dell'Università della
Basilicata Aurelia Sole e Salvatore Masi, una valutazione terza.
Il
responso, in riferimento ai dati Arpab di novembre 2009, è il
seguente: i parametri di
contaminazione da scarichi civili sono estremamente bassi. Ad esempio
il contenuto di sostanza organica, inferiori a 2-3 mg litro come
BOD5, colloca le acque in esame ai livelli di ruscello di alta
montagna. Lo stesso contenuto in ammoniaca inferiore a 0.05 mg/l,
composto derivante prevalentemente da scarichi fognari non trattati,
denota il buon funzionamento dei sistemi di trattamento degli
insediamenti urbani a monte degli invasi. Sempre per quanto riguarda
gli indicatori di contaminazione da scarichi civili si evidenzia la
bassissima presenza di nitrati che per gli invasi ad uso potabile è
inferiore a 0.5 mg/l contro i 5-10 delle comuni acque minerali.
Il
contenuto dei principali indicatori di contaminazione da scarichi
industriali, metalli pesanti cloruri, solfuri e composti organici
complessi, sono estremamente bassi ai limiti di rilevabilità dei più
sofisticati strumenti analitici.
I
parametri di qualità biologica quali la saturazione dell’ossigeno,
sempre superiore al’85%, l’assenza di colore ed odore, la quasi
totale assenza di fosfati (causa dell’eutrofizzazione) e di solidi
sospesi, indicano un complessivo stato ambientale ed ecologico più
che buono.
Una
considerazione a parte va fatta per la presenza di coliformi totali.
Questi, a livello di qualche centinaio, vanno considerati più che
normali in un ambiente biologicamente vivo quale è un lago. Per
assurdo una loro completa assenza, laddove non imputabile alla
completa sterilità dell’ambiente, farebbe presupporre una forte
biotossicità delle acque stesse. Nel caso in esame l’assenza di
coliformi e streptococchi fecali è il dato significativo per un
giudizio sulla qualità delle acque in rapporto alla contaminazione
di origine fecale. Anche i valori dell’ordine del migliaio
riscontrati alla presa di Savoia non rappresentano particolari
condizioni di rischio per la salute umana considerando che anche dal
pascolo brado provengono microorganismi fecali ed è facile che
questi si ritrovino in acque fluenti o in piccoli invasi a forte
ricambio.
E'
chiaro, dunque, una volta di più, che si è trattato di un clamoroso
“buco nell'acqua”.
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